#5.4 Farò la fotografa

Fuori il vecchio e dentro il nuovo.
#5.4 Farò la fotografa
Fotografia elaborata con Google Gemini. Fonte: europeana.eu.

Buon 2026, spero abbiate trascorso delle piacevoli giornate di festa. Io un pochino ho lavorato, un pochino ho mangiato e un pochino ho pisolato. Ho dato il benvenuto al nuovo anno così, senza troppe pretese. Parola d'ordine: con CALMA.

E invece… nemmeno il tempo di spazzare via le ultime briciole di panettone che internet proclama già il 2026 Anno Universale 1: un tempo di nuove sfide, da affrontare con fiducia ed energia, per esplorare nuovi orizzonti!

Peppereppepééé...eccallà.

Fonte: tenor.com.

Dunque, vediamo. Dieci anni fa correvo a destra e a manca dietro a una miriade di lavori commerciali e non. Ogni proposta che mi permetteva di avere una fotografica tra le mani era un'occasione. La mia partita iva era ancora abbastanza fresca e stavo cominciando a vedere realizzato quel "da grande farò la fotografa". Tante energie, riversate in ogni direzione immaginabile.

Dieci anni dopo nemmeno il mio computer ce la farebbe più a stare dietro a quei ritmi. Io sono cambiata, la fotografia è cambiata. La "vecchia" (ormai defunta, forse?) immagine del fotografo professionista si sta piano piano sgretolando, ogni pezzettino a dare vita a una nuova figura, con nuove competenze, nuovi interessi, nuove caratteristiche commerciali. Nuove direzioni, che non sfociano necessariamente nella produzione di capitale.

Che cosa voglia dire oggi "farò la fotografa", non lo so. Un po' tutto e un po' niente. Nell'intervista a David Lipsky per Rolling Stones[1] David Foster Wallace sosteneva che non vi fosse «[...] nulla di più grottesco di uno che va in giro a dire: "Sono uno scrittore, sono uno scrittore, sono uno scrittore"».
Ecco, forse oggi non c'è nulla di più grottesco di chi va in giro a dire "sono una fotografa, sono una fotografa, sono una fotografa". Dovrei chiedere cosa ne pensa chi ha la metà dei miei anni. Mi piace immaginare che mi risponda: "una fotografa? Che cos'è?". Così che...PLOP! La bolla in cui si è rinchiusa la fotografia potrebbe finalmente esplodere e quello che c'è dentro...bè, aria che tornerebbe ad essere solo aria.

Suona disfattista, me ne rendo conto, ma queste non sono parole nate dalla frustrazione, tutt'altro. È l'atteggiamento di chi svuota lo sgabuzzino, la cantina — o qualunque cosa sia — con la speranza che, una volta fuori il vecchio, possa finalmente farsi spazio qualcosa di nuovo.

Di tutto ciò che è stato prodotto e scritto sulla condizione della fotografia contemporanea, sulla post-fotografia, sul rapporto con l’IA e sulla dimensione delle immagini, ho ben poco da aggiungere. Ho letto molto, come immagino abbiate fatto anche voi. E di tutto il materiale che ho ingerito nelle ultime settimane, e che ora mi fermenta ora in testa, c’è un solo contributo che mi sento di condividere, per aggiungere qualcosa di interessante alla conversazione.
Quello che sto per raccontarvi non ha nulla a che fare con la fotografia (che poi è interessante proprio quando non ha niente a che fare con sé stessa, vero?) ma è un pensiero che, credo, faccia bene al cuore. Se dobbiamo proprio lanciarci in questo nuovo inizio, almeno facciamolo con un po' di leggerezza.

C'è questa fiaba di Gianni Rodari che si intitola Farò il pittore.

Gianni Rodari
Fonte: ilbolive.unipd.it.

«C'era una volta un bambino che si chiamava Giorgio e voleva fare il pittore. Questo lo capivano subito tutti perché, se lo andavate a trovare, lui immediatamente vi diceva: - Sta' fermo, che ti faccio il ritratto.

E difatti disegnava per terra con un pezzetto di carbone uno scarabocchio e poi vi domandava con l'aria più soddisfatta del mondo: - È vero che ti somiglia?

Naturalmente non somigliava affatto, ma bisogna tener presente che Giorgio aveva soltanto quattro anni. Quando ne ebbe cinque cominciò a disegnare con i pastelli colorati. Però bisogna dire la verità: Giorgio non aveva molta pazienza. Se un disegno non gli riusciva subito somigliante, piantava lì tutto e se ne andava a giocare. Insomma, voleva fare il pittore, ma non gli piaceva far fatica». Gianni Rodari, Farò il pittore in Fiabe lunghe un sorriso.

Più avanti nella storia Giorgio riceve in dono da un certo "Personaggio" un pennello magico in grado di dipingere da solo «Però ad una condizione: tu dovrai studiare ogni giorno il disegno per un'ora. Dopo lo studio, il pennello si muoverà da solo e dipingerà quello che tu vorrai».

Giorgio rispetta il patto e, nel giro di pochi anni, diventa un pittore molto famoso. Tutti vogliono farsi fare il ritratto da lui e i musei sono pieni dei suoi quadri. Raggiunta la celebrità Giorgio smette di studiare ogni giorno. Ormai è arrivato, ha ottenuto quello che voleva e tutti lo seguono, perché continuare a fare fatica?

Così facendo, una sera, il pennello magico smette di funzionare. Preso dalla stizza, Giorgio si infuria e lo lancia lontano e, «chissà come andò, non riuscì più a trovarlo». Passa il tempo, e nessuno vuole più i suoi quadri. Giorgio finisce in miseria.

Eppure, nonostante tutto, Giorgio ama davvero la pittura e un bel giorno si rimette a dipingere. «Era una fatica dura, perché non aveva più pennelli miracolosi. Per fare un solo quadro ci mise parecchi mesi e la gente lo scherniva. Patì anche la fame, ma alla fine riuscì a fare un bel quadro tutto con le sue mani, cento volte più bello di quelli disegnati con il pennello magico».

Giorgio capisce, così, che nemmeno tutti gli altri quadri si erano fatti da soli, ma erano il risultato del suo impegno quotidiano, più che della magia del pennello. Alla fine della storia Giorgio ritrova il pennello, ma lo appende al muro, per ricordo. Ormai è diventato un pittore vero[2].

Di solito, nei corsi e nelle scuole di fotografia, il racconto più citato è L’avventura di un fotografo di Italo Calvino. Io però propongo che, da domani, in ogni percorso didattico al buon vecchio Antonino si affianchi anche il piccolo Giorgio.

Per quanto sia una fiaba per bambini, e per quanto il primo messaggio che emerge sia il semplice "con costanza e impegno si arriva ovunque", ciò che mi ha colpito di più è altro: alla fine, tutto ruota attorno a Giorgio — alla sua persona, alla sua capacità di agire — sebbene la storia parli perlopiù del pennello magico.

E allora posso immaginare che, nonostante l'attenzione di molti discorsi fotografici sia ora rivolta tutta sulle IA, sulle tecnologie, sulle implicazioni politiche, sociali e morali delle immagini e su mille altre cose che davvero ci vorrebbero i poteri magici per starci dietro, il punto da cui partire siamo sempre noi, il nostro lavoro, le nostre esperienze.

Nonostante tutto, è da lì che si parte a costruire. In mezzo a tante conversazioni sugli strumenti (più che legittime, questo non si discute), forse c'è spazio anche per un po' di riabilitazione dell'esperienza umana.

È una gran fatica. Ma eccoci qui.

Fuori il vecchio e dentro il nuovo. Buon 2026!

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  1. David Lipsky, Come diventare sé stessi: David Foster Wallace si racconta. ↩︎

  2. Sul finale mi piace un sacco che Rodari abbia scritto solo pittore "vero". Non sappiamo se Giorgio sia ritornato ricco, o famoso. Se i suoi quadri vendano o siano esposti nei musei. Non importa, Giorgio è un pittore totalmente fuori da qualsiasi logica economica o capitalista, e riuscire ad immaginare una realtà diversa dal capitalismo, almeno secondo alcuni pensatori come Mark Fisher, è già tanta roba. ↩︎

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