#5.5 Deviazioni e pause
Questo post sarebbe dovuto uscire verso la fine di febbraio. Ma la vita si è messa in mezzo, perciò eccomi qui a riprendere le fila di qualcosa concepito mesi fa. In realtà questo discorso oggi è molto più importante per me di quando ho iniziato a scriverlo 😁 Parla di tempo perso, fallimenti e di cose lasciate per strada.

Partiamo dal motivo che mi ha impedito di scrivervi "in tempo": ho perso la mia salute e il mio corpo è entrato in sciopero. Il mio sistema immunitario è, al momento, inesistente. Credo si sia perso da qualche parte. Boh. Se lo vedete in giro, fatemi un fischio.
Sono nelle condizioni in cui mi gratto un orecchio...taaac, otite. Vado al supermercato e torno con l'influenza. Non voglio farla troppo lunga: il declino è iniziato l'estate scorsa. "Non hai più vent'anni, qualche dolorino ci sta" mi sono ripetuta per mesi, continuando a cercare di incastrare il più possibile ad ogni costo. Finché, inevitabilmente, ho fatto il botto e ho dovuto abbandonare tutto quello che non rientrava nella categoria "lavoro e sopravvivenza di base" in favore della riabilitazione.
Il lato positivo è che toccando il fondo anche i sintomi sono diventati più evidenti ed è più semplice gestirli. Il che significa che, presto, dovrei riuscire a trovare un nuovo equilibrio 🤞
Bon. Ora che ho buttato fuori il mio sfoghino (la mia vita sociale è a zero al momento, a qualcuno dovevo dirlo, portate pazienza), possiamo passare ai veri argomenti!
Alcuni antropologi evidenziano una certa ossessione per lo scorrere del tempo nelle società capitalistiche. In effetti il progresso e l'avanzamento sono concetti fondamentali per l'industria e la produzione. Perché ci sia un guadagno, intendo di un qualsiasi tipo non solo monetario, bisogna fare. Bisogna crescere, migliorarsi, andare avanti. E se, da un lato, questa mentalità ha portato ad un enorme progresso tecnologico e industriale nel giro di un paio di secoli, dall'altro ha creato una società in cui il valore delle persone è (molto spesso) strettamente legato alla loro capacità (o potenzialità) produttiva.

Alcuni autori, soprattutto quelli coinvolti nell'attivismo neurodivergente o nei disabilities studies, ritengono che questo sistema stia creando ambienti ogni giorno sempre più discriminatori e disabilitanti nei confronti di coloro che non sono produttivi "nel modo giusto".
Anche la fotografia è un ecosistema produttivo a tutti gli effetti, con le sue dinamiche e le sue regole, formali o implicite, su come debbano essere fatte le cose. E il bello è che le norme, molto spesso, emergono da sole, secondo una sorta di fenomeno di convergenza del gruppo sociale, senza che ci sia un "arbitro" a regolare questo o quell'altro comportamento.
Ad ogni modo, al momento non sono una persona "produttiva", e non credo che tornerò mai a esserlo con i ritmi di prima, e forse nemmeno a un livello considerato "giusto". Nelle ultime settimane mi sono ritrovata a lavorare senza programmazione e obiettivi, "facendo qualcosa ogni volta che potevo quando riuscivo". Se da un lato il goal setting è stimolante e aiuta a restare motivati, dall'altro non credo esista frustrazione più grande del fallire anche il più banale dei propositi perché, all'improvviso, non si riesce più a stare in piedi. Diventa tutto molto lento: seleziono foto cinque o dieci minuti alla volta, leggo e scrivo quando me la sento, senza sapere quando le cose saranno finite.
È frustrante, per me e per chi si ritrova a lavorare con me, lo so. Non potendo garantire scadenze o risultati, sto rinunciando a occasioni e appuntamenti. Sono fuori dall'industria della creatività.
Però mi chiedo se esista un modo, diverso e distribuito, di creare. Per dare valore a queste "briciole" e incontrare nuove opportunità inaspettate (senza però pesare sul lavoro di altri)? Un modo di lavorare alternativo all'ideale di progresso del capitale?

Mark Fisher sosteneva che una delle caratteristiche del capitalismo, oltre ad inglobare tutto, è quella di impedire alle persone di immaginare un qualsiasi futuro alternativo.
Bè, se nella realtà non possiamo mettere in atto futuri diversi, allora forse tocca rintanarsi nella fantasia. O meglio, nella fabulazione. Intendo quella buona, capace di trasportarci in nuovi mondi possibili, non nelle tendenze mitomani descritte nei manuali di psichiatria.
Perciò questo è un post dove proviamo a immaginare delle realtà diverse, che forse mai esisteranno, senza la preoccupazione di trovare il modo di metterle in atto. Sembra una perdita di tempo. Forse. Ma secondo me non lo è mai: da qualche parte bisogna pur sempre iniziare, no?
L'anima smarrita è un bellissimo racconto illustrato delle autrici polacche Olga Tokarczuk e Joanna Concejo, edito in Italia dalla casa editrice Topipittori.

Protagonista della storia è Jan, un uomo che «lavorava molto sodo e molto in fretta» e che, con il tempo, si era lasciato la propria anima alle spalle.
«Senza anima non viveva neanche male - dormiva, mangiava, lavorava, guidava la macchina e giocava perfino a tennis. A volte, però, aveva l'impressione che intorno a lui fosse diventato tutto piatto, gli sembrava di muoversi sul liscio foglio di un quaderno di matematica, un foglio ricoperto di quadretti tutti uguali e onnipresenti». Olga Tokarczuk e Joanna Concejo, L'anima smarrita.
Sono sicura di averlo già citato qui dentro tempo fa, ma mi è tornato in mente forse perché mi sento un po' vicina al buon vecchio Jan. Molto di quello che mi stimolava si è come appiattito, soprattutto in campo fotografico. Sarà il fatto di non stare bene, chi lo sa, si finisce con il concentrarsi su altro.
Comunque.
Non è un caso che molti degli spunti che raccolgo e poi finiscono qui dentro appartengano a letteratura, illustrazione, scienza e cultura "bassa". Forse (è quasi sicuro) che una certa fotografia mi sia finalmente venuta a noia, ed è un po' un cane che si morde la coda, perché meno mi interesso meno possibilità ho di scovare qualcosa che possa un po' ravvivare la fiamma. Sempre che ce ne sia bisogno, insomma.
Ho perso l'interesse per la fotografia ma non per il fotografare, a quanto pare le due cose non vanno necessariamente di pari passo. Forse, dal momento che mi trovo a lavorare perlopiù a progetti per conto mio o in ambienti dove la fotografia è quasi irrilevante (se non del tutto esclusa), sto riscoprendo un po' la sua dimensione amatoriale (che non è la stessa del "fotografo amatoriale stereotipo", ci siamo intesi).
Si tratta dello spazio di un qualcosa che si fa senza inseguire un obiettivo, un risultato o un reale profitto. Un passatempo — o uno "spreco di tempo", per dirla con la voce del capitalismo.

Per dire, negli ultimi mesi ho trascorso un bel po' di ore a conversare con una persona molto saggia, parlando di esperienze di vita, di clinica e di traumi. Di quanto sia difficile trovare uno spazio sicuro anche quando si è pienamente consapevoli degli sbilanci di potere e delle proprie vulnerabilità. Di come il "sistema" sembri spesso soverchiare le relazioni umane più basilari — mi riferisco proprio al rispetto di base da persona verso persona, da corpo a corpo, non a chissà quali capacità empatiche — favorendo dinamiche di abuso anche in quegli spazi nati proprio per garantire salute e benessere. E tutto quello che sono riuscita a fotografare durante, e dopo, le nostre passeggio-chiacchierate sono stati...alberi. Perché era quello che ci sentivamo di fare, per svariati motivi. Qualsiasi altra cosa sarebbe stata una forzatura.
Forzare, appunto. In passato ho sentito spesso in ambito fotografico l'indicazione a inseguire quello che c'è di "forte" in una storia. A creare una foto "forte", a mettere le immagini in sequenza in modo che l'effetto, indovinate un po', sia "forte". Il che è corretto, per la carità. La fotografia è un campo estremamente competitivo dove non solo ci sono molti fotografi, ma moltissime fotografie, e se una mia immagine non è in grado di catturare l'attenzione anche solo per un secondo, splash, viene lavata via dal prossimo tsunami di immagini. E inoltre, il detto "se non è nella fotografia, non esiste", è vero.
Io ho qualche centinaio di fotografia di alberi, nemmeno troppo notevoli, a dire il vero. E se non riesco a catturare l'attenzione, cosa succede di brutto? Non vincerò premi, non avrò clienti, non ne trarrò profitto. Sì. Forse (nella mia esperienza devo dire che queste cose sono arrivate più per una combinazione di capacità fotografiche e relazioni umane che per merito, puro, di qualche fotografia forte). Ma anche se così fosse, e se io non volessi vivere la fotografia come una competizione? Se non volessi ridurla a un'attività finalizzata solo a trarre un qualche profitto?
E so che qui tra voi c'è chi con la fotografia ci campa, perciò un qualche profitto ci deve essere, non mi sto lanciando in una deriva anarchica e nichilista. Infatti è per questo che ho aggiunto quel solo. Quello che mi sto chiedendo è se sia possibile pensare la fotografia in una qualche dimensione post-capitalista, o se non sia addirittura necessario farlo?
E se con la fotografia, qualche volta, volessi solo perderci (o passarci) del tempo?
Sappiamo da La camera chiara che per Roland Barthes la fotografia è potenzialmente pericolosa, quando privata di una funzione, perché ha la forza di mettere in discussione l'ordine delle cose. Ad aggiungere carne al fuoco ci si mette poi anche Walter Benjamin che, quasi un secolo fa, già si chiedeva se l'epoca d'oro della fotografia non fosse quello precedente la sua industrializzazione.
«Non vi sarebbe da stupirsi se le pratiche fotografiche attuali, che per la prima volta ci portano a riconsiderare quell’aureo periodo preindustriale, avessero qualche sotterraneo legame con la crisi dell’industria capitalistica». Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia.
Forse in tutta questa frenesia tecnologica la fotografia, come il povero Jan e come la sottoscritta, ha smarrito un po' la sua anima.

La soluzione? Trovare un posto tutto nostro, tranquillo, e aspettarla. Anche se l'attesa potrebbe durare un po'. «È senz'altro dove lei si trovava due, tre anni fa».
Quello che voglio dire non è di fermarsi e non fare nulla, ma piuttosto cercare, per quanto possibile, con le risorse a disposizione, un diverso rapporto con la fotografia e l'immagine. Meno frenetico, meno vorace, e anche meno serio 😉
«La creatività della fotografia è la sua resa alla moda: "Il mondo è bello", questo il suo motto. In esso si smaschera l’atteggiamento di una fotografia capace di collocare una scatola di conserva nel tutto cosmico, ma totalmente incapace di cogliere i contesti umani in cui opera; una fotografia che anche nei suoi soggetti più fantastici prefigura più la loro vendibilità che la loro conoscenza. Poiché il vero volto di questa creatività fotografica è la réclame o l’associazione, la sua legittima controparte è lo smascheramento o la costruzione». Walter Benjamin. Piccola storia della fotografia.
Se fermarsi del tutto e far partire una rivoluzione radicale sembra (è) solo fantasia, quest'ultima prospettiva è più fattibile, dai. Una roba che si può fare anche solo cinque minuti al giorno, sempre nell'ottica di non porsi obiettivi troppo sfidanti. Una piccola deviazione, non un drastico cambio di rotta.
Che poi...devia oggi, devia domani...alla fine ci si ritrova da tutt'altra parte senza lo stress di un cambiamento drastico.
Per Jack Halberstam essere presi sul serio significa «perdere la possibilità di essere frivoli, promiscui e irrilevanti; il desiderio di essere prese sul serio è esattamente ciò che spinge le persone a seguire quei percorsi collaudati della produzione di conoscenza dai quali vorrei invece tracciare delle deviazioni, significa rifiutare quella relazione "benjaminiana" con la conoscenza che permette di passeggiare "lungo strade sconosciute e in direzione 'sbagliata'" in favore della sicurezza dei territori ben illuminati».

«Perdere è un'arte e non vuole maestro.
anche se all'occhio sembra (scrivilo!) un disastro».
Elisabeth Bishop (traduzione di Andrea Sirotti), Un'arte.
Anche se il suo discorso non ruota intorno alla fotografia, trovo interessante il modo in cui Halberstam ipotizza la necessità di un cambio di sguardo, di un nuovo tipo di conoscenza, con più domande e meno risposte.
«Potremmo dunque voler pensare a come cambiare il nostro sguardo perché sia diverso da quello di uno Stato; potremmo desiderare nuove logiche a regolare la produzione di conoscenza, diversi standard estetici per mettere in ordine o in disordine lo spazio, altre modalità di impegno politico rispetto a quelle evocate dall'immaginazione liberale. Potremmo, in sostanza, volere più conoscenza indisciplinata, più domande e meno risposte». Jack Halberstam, L'arte queer del fallimento.
Non più obiettivi, quindi, ma tentativi, cadute e fallimenti. Vivere il tempo non più solo come una risorsa da investire per generare un qualcosa, ma come uno spazio in cui stare e, forse, anche perdere.
«The Little Prince: Then I haven't done to you much good, have I? It's all been a waste of time.
The Fox: Because you wasted so much time on me, you made me feel very important».

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