#5.6 Corpi, non oggetti

Note di campo per un progetto fotografico (a volte creare qualcosa non porta a nulla).
#5.6 Corpi, non oggetti
Sfondo: Fotografia di una persona anonimizzata in abiti femminili, europeana.eu. Fronte: Fotografia di un uomo presumibilmente omosessuale, europeana.eu.

Buondì gente, spero stiate bene. Oggi è una bella giornata, fuori c'è il sole e ho per le mani un lavoro molto interessante ma anche parecchio impegnativo. È proprio ciò che immaginavo quando ho iniziato a intrecciare fotografia e psicologia in ricerca. Per cui, da un lato, evviva: è quello che volevo fare!

Dall'altro, però, è un terreno tutto nuovo. In più ci sono aspettative da gestire e fraintendimenti da evitare, tutta roba alla quale una non deve pensare finché se ne sta chiusa nella propria stanzetta a studiare.

Comunque...che lo spirito di Duane Michals vegli su di me, ora che - pace all'anima sua - può fare tutto quello che gli pare dove e quando gli pare.

Fonte: @theduanemichals.

Qualche tempo fa mi sono presa l'impegno di creare una raccolta di fotografie che andranno ad accompagnare alcune riflessioni su approcci e metodologie nella valutazione psicodiagnostica.

Passato l'entusiasmo iniziale ho realizzato che, forse, una fotografa in un gruppo di discussione di esperti sarebbe stata utile come qualcuno che spinge un blocco di ghiaccio in giro per la città in piena estate.

Francis Alÿs, Paradox of Praxis 1 (Sometimes making something leads to nothing), Mexico City, Mexico, 1997. Fonte: francisalys.com.

Francis Alÿs, Paradox of Praxis 1 (Sometimes making something leads to nothing), Mexico City, Mexico, 1997. Fonte: francisalys.com.

Poi mi sono ricordata di chi questa cosa l'ha fatta per davvero e mi son detta che forse, forse, era una buona occasione per proporre un punto di vista inusuale. E poi, dallo scorso post, mi sono ripromessa di rimanere aperta alle nuove esperienze, in una sorta di "fotografia del fallimento".

Com'era, già? «...devia oggi, devia domani...alla fine ci si ritrova da tutt'altra parte» 😄

Project Hail Mary, 2026. Fonte: Tenor.com.

Il lavoro uscirà alla fine dell’estate ma, visto che dovrei finire a breve 🤞, ecco qui una rielaborazione delle note prese sul campo (minato). È tutto materiale che non vedrà mai la luce (e ha senso, non è che tutto quello che sta dietro a un progetto fotografico sia interessante, anzi!). Ma ho pensato che qualcosa poteva avere un certo valore, in questo spazio di ricerca così nuovo e vuoto. E, magari, rivedere tutto il percorso mi aiuterà anche a sistemare le ultime cosette.

Lavori in corso, giorno 0: regola fondamentale per superare il blocco della pagina bianca. Se proprio non riesci ad evitare di averne paura, portala fuori. Qualcosa succederà. Forse °_°

Dunque, partiamo dal principio.

I test, in psicologia, sono strumenti che servono a raccogliere alcune informazioni in un contesto specifico per aiutare clinici e pazienti a capire come affrontare un certo tipo di condizione o disagio. Prima che iniziassi a studiare, questo ambito mi sembrava sempre un po' fumoso, come se il terapeuta di turno fosse più un sensitivo che un clinico, per non dire un ciarlatano. Ecco, in realtà esiste una vera e propria scienza dei test, molto complessa e basata sulla statistica. Un po' come la medicina, per dirla breve. Il buon vecchio Bruner (Jerome) aggiungerebbe che quella dei test è anche un'industria, ma questo è un altro discorso. Che poi esistano dei clinici che sfruttino questa fumosità a loro vantaggio lavorando come dei ciarlatani, bè, anche questo è un altro discorso.

Detta ancora più facile: il concetto dietro ai test psicologici è lo stesso del termometro che usiamo per decidere se prendere la Tachipirina o no, niente di più, niente di meno. La grossa differenza sta nel fatto che, in campo psicologico, si ha più a che fare con costrutti e condizioni multifattoriali che con variabili direttamente misurabili (come la temperatura corporea) per cui il "termometro", molto spesso, consiste in un insieme di analisi di laboratorio e strumentali, questionari, conversazioni, osservazioni indirette e chi più ne ha ne metta.

Ora, un termometro è alla portata di tutti, è abbastanza facile capire se sta misurando bene o se non funziona, ma con i test è tutta un'altra storia. La prassi richiede che ci sia una persona esperta, il medico o lo psicologo appunto, adeguatamente addestrata nella raccolta, lettura e presentazione dei dati che lo strumento ha registrato che condivida l'informazione con il paziente, per decidere poi il da farsi.

E fin qui, tutto normale. Cioè: anche se mi fanno una lastra vado dal medico per capire di cosa si tratta. Suona banale, lo so, ma questi paragrafi di ovvietà mi servivano per arrivare al punto. Ovvero, che questo "andare dall'esperto per vedere che cos'ho" porta a pensare che tutta la conoscenza su salute e malattia stia nella testa, negli strumenti e nei dati del clinico. E questo può portare a uno sbilanciamento di potere a favore di chi cura (e a discapito di chi la riceve).

Ma, come evidenzia l'antropologia medica, la malattia non è solo una condizione fisica. Con la nascita della biomedicina moderna, a partire dal XVIII secolo, per Fabio Dei il corpo diventa "una cosa in un mondo di cose".

«Il senso comune ci abitua a pensare a noi stessi come composti di un corpo, di una mente e di una rete di rapporti sociali; e a considerare queste tre sfere come autonome e nettamente separate l'una dall'altra.

[...]


Ora, nella prospettiva antropologica il rapporto tra queste tre sfere [...] è un po' più complesso, e implica reciproche influenze e sconfinamenti. Più precisamente si potrebbe dire che il corpo e la mente non sono già dati prima e indipendentemente dalle relazioni sociali: piuttosto, si costituiscono attraverso di esse, in specifici contesti storico-culturali [...]. Ciò significa che non è possibile comprendere il corpo e la mente senza tirare in ballo aspetti sociali, politici e culturali.


[...]


Un'idea non facile da accettare, perché la nostra medicina - quella che noi chiamiamo moderna, scientifica, occidentale, ufficiale, si è costituita come campo naturale, cercando di espellere come irrilevanti proprio gli aspetti sociali e culturali». Fabio Dei, Antropologia culturale.

La malattia, quindi, si articola attraverso tre dimensioni: quella biologica, l'esperienza soggettiva del dolore e la sfera dei ruoli e delle relazioni sociali. Si tratta di una dinamica che unisce corpi, vissuto e linguaggio. Partendo da questa premessa, sviluppata poi anche nella medicina narrativa di Rita Charon, vien da sé che la conoscenza su salute e malattia non sia prerogativa esclusiva degli esperti, ma un patrimonio diffuso e condiviso tra clinici, pazienti, caregiver e comunità. Curare, dunque, non è più solo una questione di di misurazioni, strumenti e terapie calate dall'alto, bensì alimentare una conversazione che coinvolge una moltitudine di attori.

Ecco, questa, riassunta per quanto possibile, è la riflessione dalla quale sono partita per sviluppare le fotografie. La medicina attuale è una disciplina dello sguardo, ma quello che io volevo vedere (perché sì, lavorando con la fotografia è questo che conta, i concetti non sono mai sufficienti) era questo tipo di sapere, quello di chi il processo di diagnosi lo riceve e non di chi lo mette in atto.

«Non è che noi prescindiamo dalla malattia, ma riteniamo che, per avere un rapporto con un individuo, sia necessario impostarlo indipendentemente da quello che può essere l’etichetta che lo definisce...

[...]

Ciò che importa è prendere coscienza di ciò che è questo individuo per me, quale è la realtà sociale in cui vive, qual è il suo rapporto con la realtà. Per questo le riunioni sono importanti, perché sono il terreno in cui è possibile un confronto al di là di ogni categorizzazione.

[...] a patto che si rompano il potere e la distanza fra chi dà e chi riceve e che si possa cercare insieme la via, al di fuori dei vecchi schemi [...]». Franco Basaglia, L'istituzione negata.

Come si fotografa un sapere? E chi lo sa. Infatti, da qui in poi, è stata tutta un'avventura.

Ho incontrato una persona che ha accettato di collaborare allo sviluppo di questa serie a patto di rimanere anonima. È già stata fotografata fin troppo nella sua vita, mi dice.

Bè, io sarei qui per fare delle fotografie.

Cominciamo bene.

Chi fotografa da abbastanza tempo di solito ha un bel repertorio di trucchi per portare a casa almeno un'immagine, anche quando espressamente vietato. Fa parte del lavoro.

C'è chi ha una bella parlantina e riesce a persuadere anche i sassi, chi gioca d'astuzia, chi passa ad altro, chi se ne frega a fa comunque quello che vuole senza pensare alle conseguenze. Insomma, passiamo anni a imparare modi per portare a casa "la foto" e, che ci riusciamo o meno, questi stratagemmi diventano di solito dei racconti divertenti da scambiare dopo una birra o due.

Mi trovavo così a decidere tra fare la brava fotografa o seguire il flusso, accettando il rischio di restare a mani vuote e perdere un lavoro. Se mi interessava restare in questa collaborazione non avrei potuto divulgare nulla, per iscritto o per immagini, nemmeno in maniera allusiva o evocativa. Niente "foto di sicurezza" - quelle che si scattano tanto per avere qualcosa da consegnare: niente ritratti sfocati, di spalle, o flashati. Niente macrodettagli o campi lunghissimi. Niente tracce, niente allusioni. Niente didascalie. Niente stratagemmi.

In tutti questi anni ho ascoltato fin troppi fotografi lamentarsi dei soggetti che non rispettavano le loro indicazioni o aspettative, e fin troppi soggetti lamentarsi dei fotografi che non rispettavano i loro limiti che...al diavolo, proviamo a fare un'esperienza nuova.

In moltissime situazioni quello del fotografo è un ruolo che permette di accedere alle situazioni in modo privilegiato, di fare cose che altrimenti non si potrebbero fare, di dire alla gente come mettersi e comportarsi, anche in modi stravaganti, senza quasi ripercussioni (con dei limiti, certo...ma, come dicevamo sopra, il fotografo che persuade i sassi sa anche spostare i limiti). In un certo senso possiamo dire che il ruolo del fotografo difende da certe conseguenze, come un'armatura.

Accettare di non scattare fotografie era un po' come abbandonare l'armatura per restare, così, vulnerabile e disoccupata, all'interno di una situazione nuova.

E, infatti, i primi incontri sono stati un po' strani. Perché era chiaro che non era un ritrovarsi per amicizia, una conversazione terapeutica o un'intervista. Ero una fotografa senza funzione, così come la persona era un non-soggetto, un essere libero di fare qualsiasi cosa ma, in fondo, lì per nessun scopo preciso.

Con il tempo, però, l'imbarazzo è andato calando. Forse perché, in questo micro-spazio collettivo nato da due persone, la vita poteva svolgersi «come atto creativo, anziché produttivo, fondato sull'autodeterminazione, al di fuori del mercato e delle relazioni di produzione», per dirla con le parole di Irmgard Emmelhainz.

«Se postuliamo che le modalità moderne di esistenza nel mondo siano la fonte principale dei problemi attuali, inizieremo a riconoscere che l'esistenza non deriva da un pensiero razionale, ma dalla conoscenza emotiva, dal movimento dei corpi attraverso gli spazi, da ciò che ci circonda, da ciò di cui ci nutriamo». Irmgard Emmelhainz, Dell'autodistruzione.

Abbiamo iniziato a passeggiare in mezzo alla natura, forse perché conversare a quattr'occhi sedute a un tavolo sarebbe stato troppo difficile. Camminare aiuta a parlare, credo. Si ha la sensazione che l'altro possa ascoltare, ma anche no, e questo sgrava il pensiero dall'imbarazzo di cercare la parola giusta o da quella fastidiosa autoconsapevolezza del proprio corpo (dove guardo? Dove metto le mani? Sto facendo l'espressione giusta?) che ogni tanto può emergere durante una conversazione.

Ogni volta portavo con me la macchina fotografica. In principio la portavo solo a spasso, per farle prendere un po' d'aria, ma con il tempo abbiamo cominciato a fotografare alberi e a parlarne. E a scambiarci fotografie come carte da gioco. E, quando qualche acquazzone troppo violento ci impediva di uscire, abbiamo iniziato a incontrarci lo stesso per scovare alberi tra gli archivi.

E fu così che, con il tempo, mi sono ritrovata con qualche centinaio di fotografie di piante. Il che non mi sembrava potesse avere molto senso per il lavoro che mi era stato richiesto. Era quello che avevo raccolto, ma come potevo trasformarle nelle fotografie "giuste"?

Credo che la fotografia abbia ancora molto potenziale inesplorato e che, storicamente, il suo cercare di darsi "un tono" come pittura, arte o documentazione abbia un po' inibito la sperimentazione in diverse direzioni.

«When Moholy-Nagy writes that "reproduction (reiteration of already existing relations) can be regarded for the most part as mere virtuosity", he levels at photography a necessary criticisim: that automaticity and the rote demonstration of technical prowess - which is to say, our concern for following pre-existing ways of seeing - have led to a deeply homogeneous practice that places familiarity over enquiry, the probable over the possible». Duncan Wooldridge, To Be Determined: Photography and the Future.

Penso che la mia spinta a voler creare "le fotografie giuste" fosse più un modo per affidarmi al mondo conosciuto e ripetitivo della "fotografia che funziona", più che spingermi a seguire la traccia degli incontri, di tutto quello che era stato e di tutto quello che avevo effettivamente raccolto. Un modo per «"imbrigliare" il potere del mondo» e di costringere i suoi disegni a obbedire ai miei comandi.

«The drawings that the modern subject produced with the help of the optical camera obscura satisfied his desire for a stable representation, but they did not halt the stream of images inside the device, or alter them in any other way. The experimentation that led to the heliograph and the daguerreotype was clearly driven by the desire for a more decisive victory—one that would allow man to “harness” the world’s power, and force its drawings to obey his commands». Kaja Silverman, The Miracle of Analogy: or The History of Photography, Part 1.

Eh si, lo so che "imbrigliare il mondo" è un po' quello che ci si aspetta da chi fotografa, ma c'è chi crede che questo sia solo uno dei tanti modi - il più convenzionale - di fare fotografia.

Per Barthes il noema, l'essenza della fotografia è "ciò che è stato", la morte. E per un certo verso è così: la fotografia cattura un istante del passato e lo trasforma in un oggetto che sopravvivrà oltre il suo referente. Ma, di recente, c'è chi ha iniziato a revisionare il modo in cui intendiamo la fotografia e la sua storia. Per Duncan Wooldrige, l'appartenenza della fotografia al passato è sempre stata data per scontata: l'immagine viene percepita come prova, registrazione e cronaca. Essa ci mostra il "ciò che è stato" – indipendentemente dal fatto che tale testimonianza sia oggettiva e rilevante, oppure artefatta. Tuttavia, questa prospettiva sul passato costituisce soltanto una metà, non l'intera, essenza della fotografia.

«Encounters with the world of photography – at least, what is written about the photograph– suggest that we are thoroughly melancholy, prone to an ongoing, perpetual nostalgia for the that has been. Do we only look back?


Have we forgotten Walter Benjamin's unruly desire to know - a desire concerned with imagining the moment of the photograph's making, its production, with understanding its conditions and wants? Have we mislaid the photograph's productivity, its bringing into being?

[...]

We are left with a longing that is only retrospective, a space in which there is no agency, nothing to be done.

The past-ness of the photograph has been a given: the image is evidence, record and chronicle. It show us the that as been - whether that is informative and significant, or partisan, structuring and prone to obstruction. This is but half of the image». Duncan Wooldridge, To Be Determined: Photography and the Future.

Quello che avevo tra le mani - una foresta di immagini, in pratica - era il risultato della nostra micro-comunità creativa, del tempo che avevamo passato insieme, ed ero (sono) convinta che ne sarebbe emerso qualcosa anche senza forzare la mano. Cercavo in tutti i modi di «resistere alla logica pomposa ed eroica del rimettere in ordine».

«...dimenticare diventa un modo per resistere alla logica pomposa ed eroica del rimettere ordine, un modo di sprigionare nuove forme di memoria che hanno più a che fare con la spettralità che con l'evidenza manifesta, con genealogie perdute più che con l'eredità, con il cancellare più che con il lasciare un segno». Jack Halberstam, L'arte queer del fallimento.

Una cosa che non sapevo, e che ho scoperto durante le nostre uscite, è che (pare) fu Aristotele a collocare gli alberi fuori dal regno della vita sensibile, «individuando nell'insensibilità il criterio essenziale che distingue piante e animali (inclusi gli esseri umani)».

«[...] la storia aristotelica, di fatto, ha trasformato le piante in oggetti – un’idea pretestuosa che continua a sancire il diritto umano a usare le piante (e abusarne), esentandoci da qualunque responsabilità o rispetto nei loro confronti in quanto esseri viventi». Monica Gagliano, Così parlò la pianta: Un viaggio straordinario tra scoperte scientifiche e incontri personali con le piante.

È nell'esclusione dalla sfera della sensibilità che alberi e persone si possono incontrare. In una condizione di malattia o sofferenza una persona può essere momentaneamente trasformata in un "oggetto" da aggiustare. Suona brutale detta così, e di sicuro semplifica di molto la questione. Ma, di fondo, la medicina del corpo (e della mente) questo è.

Reiner Riedler, Will - The Lifesaving Machines. Fonte: reinerriedler.com.

Un corpo malato può essere misurato, drogato, sedato, tagliato e ricucito, allo scopo di tornare a "stare bene" o "stare meglio". È oggetto di cura.

E con questo arriviamo al punto che ha impegnato molti dei nostri incontri, diventando poi anche la chiave per elaborare un commento fotografico. In tutto il percorso di diagnosi e trattamento, dove va a finire l'umanità del paziente-oggetto di cure?

Sembra una domanda inutile dal momento che, se stai ricevendo delle cure, bè, è ovvio che tutto ruota intorno a te, ai tuoi interessi e al tuo benessere.

Ni.

In realtà, per quanto concerne la nostra medicina, almeno, la maggior parte dei processi di cura è guidata quasi esclusivamente da un'intelligenza medica. Il corpo è la fonte di dati da analizzare, ma in questo si perde quasi sempre il senso dei suoi vissuti e delle sue relazioni. Molti clinici, per fortuna, posseggono una tale sensibilità (innata o sviluppata con l'esperienza) da riuscire a raccogliere comunque anche queste informazioni, stabilendo così una vera e propria relazione di cura, e non un "lavoro" dove c'è chi dice cosa devi fare e tu lo fai.

Ma, nota dolente, nemmeno il medico più bravo lavora nel vuoto cosmico. È inserito anche lui in un mondo di procedure, prassi e vincoli che possono sfavorire l'applicazione di tale sensibilità, e questo accade soprattutto nei confronti proprio dei soggetti più vulnerabili: anziani e bambini, corpi non conformi, disagio psicologico e sociale. Corpi con vissuti unici e del tutto singolari, che sfuggono le campionature. Che non rispondono mai come dovrebbero. Corpi, non oggetti.

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